Stefano Campanella

Giornalista e scrittore

                               

Direttore Tele Radio Padre Pio 
e Padre Pio TV, San Giovanni Rotondo

Una mafia cresciuta nell’indifferenza

Forum a San Giovanni Rotondo sulla criminalità organizzata del Gargano

Un’azione di sensibilizzazione dell’opinione pubblica e un’esortazione a fare la propria parte
per arginare, combattere e sconfiggere i pericolosi clan malavitosi del Gargano. Sono stati
questi i due obiettivi raggiunti dal forum sul tema “Mafia garganica: dall’abigeato alla
criminalità organizzata”, che si è svolto il 10 dicembre scorso a San Giovanni Rotondo, presso
il “Centro di spiritualità Padre Pio”.
L’iniziativa, organizzata dal Distretto 2120 del Rotary International con il patrocinio dei
comuni di San Severo, Manfredonia, San Giovanni Rotondo, del Comprensorio Garganico e
dell’Ente Parco del Gargano, si è aperta con i saluti: del prof. Vincenzo D’Angelo, presidente
del Rotary Club di San Giovanni Rotondo; dell’ing. Luigi Pompilio, sindaco di San Giovanni
Rotondo, e di Michele Lauriola, direttore dell’Agenzia regionale per i beni confiscati alle
organizzazioni criminali nel Lazio, originario di Mattinata.
Il primo intervento è stato quello del procuratore della Repubblica di Lucera, Domenico
Seccia, ex pubblico ministero della direzione distrettuale antimafia di Bari, che si è occupato a
lungo di questo fenomeno. Secondo Seccia la criminalità del Gargano, nata alla fine del 1978
come faida tra le famiglie Libergolis e Primosa-Alfieri con un omicidio compiuto per punire un
atto di abigeato, ora ha assunto le caratteristiche tipiche di un’organizzazione mafiosa, come è
stato stabilito dalla sentenza della Suprema Corte dell’8 ottobre 2011, che ha confermato il
giudizio della Corte d’Assise d’Appello di Bari, secondo cui quella garganica è vera mafia. A
favorire questa evoluzione è stato l’isolamento geografico dei comuni interessati al fenomeno
e la particolare conformazione orografica della zona, costituita da grotte, caverne e anfratti,
che permette ai clan di controllavare gran parte del territorio. A queste due caratteristiche
ambientali si aggiunge il clima di omertà che, finora, ha reso rari i casi di pentimento e di
collaborazione con la giustizia. Non a caso su 170 omicidi, ben 81 sono rimasti irrisolti. Il
procuratore di Lucera ha poi fatto presente che, anche in questa città e a Foggia, esistono
organizzazioni di stampo mafioso, paventando il pericolo di una sinergia tra queste realtà
criminali e la mafia garganica o, in alternativa, il rischio di una guerra sanguinosa per il
controllo del territorio. Seccia ha spiegato che «il termine “mafia” deriva dalla parola araba
“mahias”, che significa smargiasso, sfacciato». Si tratta, infatti, di un’organizzazione che si
pone come alternativa allo Stato, che si prefigge di creare uno «Stato nello Stato, che esercita il
monopolio della violenza, che esercita funzioni di sovranità, organizzando un sistema sociale
extralegale». Al termine del suo intervento il magistrato ha individuato nella «forza delle
parole» l’arma più potente per contrastare questo fenomeno. «Non abbiamo bisogno di nuove
regole – ha detto – dobbiamo solo applicare quelle che ci sono. Non c’è bisogno di sceriffi o di
supereroi». Ciò che serve principalmente è «il coraggio», che diventa lo stimolo più forte «per
influenzare l’opinione pubblica».
Subito dopo il magistrato è intervenuto il dott. Nicola Gentile, presidente del Rotary Club
Gargano. Nel suo intervento, Gentile ha delineato le responsabilità del territorio che «non ha
prestato la giusta attenzione per capire fino in fondo quanto stava accadendo; ha
sottovalutato il fenomeno relegandolo a faide di pastori, a episodi circoscritti nel mondo
rurale dell’entroterra a cui, magari, non dare la giusta risonanza mediatica per non turbare
il clima di spensieratezza che necessita al turismo», spiegando che questo «approccio
superficiale e distratto ha portato ad analisi e, quindi, ad atteggiamenti completamente
sbagliati». Al termine di una valutazione che ha posto in luce fattori negativi e elementi che
inducono alla speranza, Gentile ha espresso un desiderio a nome di tutta la gente onesta che
vive sul promontorio: «Vorrei un altro Gargano!».
Al forum ha portato la sua testimonianza anche Giuseppe Mascia, presidente dell’Associazione
antiracket di Vieste che, tra l’altro, ha invitato a non accettare nessun compromesso con i clan,
neppure quelli che possono apparire legali. E ha fatto l’esempio di alcuni imprenditori che
hanno accettato di assumere, come guardiani della loro azienda, qualche componente delle
cosche. I malcapitati hanno dovuto subire diversi furti, messi a segno con la complicità di chi
doveva vigilare, e successivamente si sono trovati dinanzi alla richiesta dei guardiani di
ricevere lo stipendio senza recarsi al lavoro. Pertanto un’assunzione si è, di fatto, trasformata
in un’estorsione.
Anche l’on. Alfredo Mantovano, ex sottosegretario all’Interno, si è detto certo sulla
connotazione mafiosa della criminalità garganica, i cui capi vivono la loro latitanza nel
nascondimento, che spesso coincide con una serie di limitazioni. «Ma per loro – ha detto l’on.
Mantovano – non è importante vivere bene, è importante incutere timore. Questo è il motivo
dell’efferatezza di tanti delitti». L’ex sottosegretario all’Interno ha cercato di far comprendere
la pericolosità del fenomeno con una metafora, espressa attraverso un’equazione: «La mafia
sta alla società come il cancro sta al corpo umano». Quindi si è soffermato a illustrare le
anomalie sociali che, consapevolmente o inconsapevolmente, alimentano il potere dei clan: il
comportamento delle banche che negano il credito agli imprenditori che si ribellano al racket
delle estorsioni, alimentando le richieste di prestito ai malavitosi, che permettono alle
imprese di sopravvivere nell’immediato, ma «hanno lo stesso effetto di una trasfusione con
sangue infetto, perché successivamente portano alla morte»; la difficoltà degli enti pubblici a
gestire in assoluta trasparenza gli appalti, pur essendoci la possibilità di accertamenti
preliminari sulle imprese da parte del prefetto, introdotta da una direttiva del Ministero
dell’Interno del giugno 2010; la scarsa sensibilità e talvolta la vera e propria indifferenza degli
organi di informazione, evidenziatasi in maniera eclatante in occasione della riunione del
Comitato nazionale per la sicurezza, presieduto a Manfredonia dal ministro Maroni, a cui un
quotidiano locale ha dedicato poche righe, per riservare quasi tutta la pagina alla lettera di un
latitante. Infine il parlamentare ha lodato il coraggio delle associazioni antiracket, come quella
presieduta da Mascia, riferendo di aver ascoltato l’intercettazione di due camorristi dalla
quale ha potuto comprendere quanto tali associazioni siano temute dai criminali.
Dopo un ampio e vivace dibattito, il prof. D’Angelo ha evidenziato un altro ostacolo da
sgretolare per raggiungere il traguardo della legalità nel territorio: «la mentalità mafiosa, che
talvolta si nasconde in ciascuno di noi e che si alimenta di piccoli comportamenti scorretti,
apparentemente banali, come gli abusi, le raccomandazioni, il disinteresse per il bene
comune».
Le conclusioni sono state tratte da Grazioso Piccaluga, assistente del Governatore del distretto
rotariano 2120, che ha sottolineato la continuità ideale di questo forum con un altro,
organizzato dai club della Capitanata nel 2007 sulla piaga degli incendi boschivi. «In entrambe
le iniziative il Rotary ha realizzato in pieno la sua vocazione a mettersi al servizio del
territorio e continuerà a farlo anche nei prossimi anni, per dare il suo contributo all’analisi dei
problemi e all’elaborazione delle possibili soluzioni. È da questo impegno, infatti, che
potranno scaturire un futuro e una società migliori».

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