Stefano Campanella

Giornalista e scrittore

                               

Direttore Tele Radio Padre Pio 
e Padre Pio TV, San Giovanni Rotondo

I “segreti” di Giovanni Paolo II


Ho intervistato il card. Andrea Deskur1 il 30 gennaio 2004. Mi ha accolto con molta disponibilità nella
sua abitazione, nel palazzo in cui ha sede il Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali grazie a
un sacerdote, don Andrea Biaggi, missionario del Preziosissimo Sangue, attualmente direttore del
“Cultural & Educational Community Centre Woodbridge” nell’Ontario, in Canada. È stato uno dei
passaggi fondamentali della mia ricerca sui rapporti fra Giovanni Paolo II e Padre Pio, dalla quale è
sca- turito il libro Il Papa e il Frate (Edizioni Padre Pio da Pietrelcina).
Tra Wojtyla e Deskur non c’è stata solo collaborazione o amicizia, ma anche una profonda intesa
spirituale, cominciata nei quattro anni scolastici condivisi e durata tutta la vita. Quando il vescovo
Wojtyla o il card. Wojtyla sirecava a Roma, spessorestava a dormire a casadi Deskur, che fu
chiamato a servire la Santa Sede fin dal 1952 come sotto-segretario della Pontificia Commissione
per la Cinematografia, la Radio e la Televisione. Per questo, nel novembre 1962, fu lui ad occuparsi
di far recapitare a Padre Pio le due lettere con cui il futuro Pontefice chiedeva preghiere per la
guarigione di una «madre di quattro figlie» e successivamente ringraziava per la grazia ricevuta. Nel
1974 c’era ancora Deskur, nel frattempo divenuto vescovo e presidente della Pontificia Commissione
per le Comunicazioni Sociali, al fianco del card. Wojtyla nella visita compiuta a San Giovanni Rotondo
in occasione dell’anniversario della sua ordinazione sacerdotale. L’ultimo atto compiuto
dall’Arcivescovo di Cracovia prima di entrare nel Conclave che lo avrebbe eletto papa fu andare a
trovare in ospedale l’amico Deskur, colpito da ictus qualche giorno prima. La prima uscita di Giovanni
Paolo II dalle mura vaticane fu per tornare al capezzale del suo ex compagno di studi. Dinanzi al mio
microfono il Porporato aprì lo scrigno dei suoi ricordi. Perlomeno quella parte che poteva aprire. «Io
sono stato confessore, durante il Concilio di Wojtyla, per questo non posso parlare», mi disse per
giustificare alcuni suoi «Non so niente» o «Non voglio entrarci», aggiungendo che il Papa polacco è
sempre stato «molto riservato per tutto quello che riguarda la sua vita spirituale».
Nonostante queste premesse l’intervistato mi fornì molte informazioni interessanti. Come la rivelazione
che Padre Pio fece nel 1948 all’allora giovane don Karol durante il suo «primo incontro» con il Frate
stigmatizzato: «Non l’ha raccontato a me, ma l’ha raccontato in mia presenza a un altro vescovo
polacco che gli aveva chiesto: “Padre Santo, dicono che Padre Pio aveva previsto il suo martirio e il
suo pontificato. È vero?”. “No - disse - è assolutamente falso. Con Padre Pio abbiamo parlato soltanto
delle sue stimmate. L’unica richiesta che ho fatto: quale stigmata gli faceva più male. Ero convinto che
era quella del cuore. Padre Pio mi ha sorpreso molto dicendo: “No, più male mi fa quella della spalla di
cui nessuno sa e che non è neppure curata”. È quella che faceva più male”». Il card. Deskur mi
raccontò anche altre cose che, raccolte da un giornalista a caccia di scoop, si configuravano come una
vera e propria bomba. Il mio intento, però, non era quello del clamore, ma della maggiore fedeltà
possibile alla verità. Per questo, dopo aver sbobinato l’intervista dalla registrazione, inviai il testo via
fax all’intervistato per consentirgli di precisare cose che, parlando a braccio, potevano essere dette in
modo impreciso. Mi tornò indietro in pochi giorni con qualche correzione e molte cancellature.
Evidentemente il porporato, o chi per lui, non volevano far trapelare alcune notizie. E forse era anche
giustificabile visto che, all’epoca, Giovanni Paolo II era ancora in vita. E io, non senza una buona dose
di rammarico, tenni fede alle indicazioni, sebbene il libro sia uscito all’indomani della morte del
venerabile Pontefice. Mi sono, comunque, sentito in dovere di consegnare una copia cd della
registrazione alla Postulazione della Causa di Beatificazione e Canonizzazione. Di recente, però, ho
letto due rivelazioni nel libro di Antonio Socci I segreti di Karol Wojtyla. Una gli è stata fatta di
recente dallo stesso card. Deskur. L’altra da una fonte non rivelata. Deduco, quindi, che ormai, alla
vigilia della beatificazione, misteri e reticenze su Giovanni Paolo II non abbiano più senso e mi sento,
di conseguenza, sciolto dal vincolo di quegli omissis sotto forma di cancellature di cinque anni fa. Anzi,
mi sento quasi costretto, sempre per quell’inguaribile ossequio alla verità, a rendere note due
dichiarazioni dell’intervista del 30 gennaio 2004. La prima per precisare una delle rivelazioni
pubblicate da Socci. La seconda per dare al secondo “segreto” una fonte certa e autorevole.
Scrive Socci a p. 32: «Il cardinale mi svela finalmente il mistero: “Egli aveva ricevuto il dono della
preghiera infusa, è un dono speciale di Dio che si manifesta durante la preghiera”. “Da quando?”
“Dall’età di 26 anni”». «Dunque - conclude l’Autore del libro - è cominciato tutto nel 1946, l’anno
dell’ordinazione sacerdotale».
Rispondendo alle mie domande Deskur aveva raccontato: «Per me da seminarista la cosa più pesante
era un’ora di meditazione. Tutti si giravano, guardavano chi entra, chi esce. Lui non si muoveva mai.
Ho chiesto una volta: “Come mai non ti muovi?”. E Wojtyla cosa ha risposto? Ha risposto
indirettamente perché una volta gli ha chiesto un collega di seminario cosa fosse l’orazione infusa e lui
ha detto che, secondo san Giovanni della Croce, solo alcuni tra coloro che amano la preghiera, dopo
lunghi anni sono favoriti da Dio attraverso questo specialissimo dono di poter parlare direttamente con
lo Spirito Santo. Io, che non sapevo niente, mi chiedevo: “Che ne sa lui?”. Poi, però, pensai: perché lui
è specializzato in san Giovanni della Croce». «Invece Woytyla aveva già questo dono dell’orazione
infusa?», domandai. «In seminario» rispose il Cardinale. «In seminario?» chiesi per avere una
conferma. «Sì, sì», affermò l’amico di Giovanni Paolo II. Dunque il futuro Papa ebbe le prime
esperienze ascetiche prima dell’ordinazione sacerdotale. Pur avendo, entrambe le notizie, la stessa
fonte, una serie di considerazioni porta a ritenere più credibile la dichiarazione della prima intervista.
Sia perché è stata rilasciata quattro anni prima. Sia perché il Porporato conferma l’informazione dopo
la mia domanda «In seminario?». Sia perché è più credibile che Deskur, collega di seminario di
Wojtyla, conosca le vicende di quel periodo piuttosto che quelle successive all’ordinazione. Il futuro
Papa, infatti, lasciò la Polonia 15 giorni dopo l’ordinazione sacerdotale per andare a Roma.
Scrive Socci a p. 34: «Un prelato, in un colloquio, ebbe a dire: “Sappiamo bene che la Madonna parla
al Papa anche se lui non va a dirlo in giro”. E in un’altra occasione, a qualcuno che aveva delle sue idee
da prospettare al pontefice, lo stesso disse: “Lui obbedisce solo alla Madonna, fa solo quello che gli
dice lei”». A p. 60 il giornalista e scrittore aggiunge una dichiarazione di una fonte non citata: «Un
giorno il cardinale Deskur andò in Portogallo e visitò suor Lucia di Fatima. Alla fine del colloquio
chiese se doveva portare un messaggio al Santo Padre da parte della Madonna. Suor Lucia rispose: “No,
no, ci penserà la Madonna stessa”».
Posso confermare questa versione dei fatti con le parole dello stesso card. Deskur, sempre tratte
dall’intervista che mi concesse il 30 gennaio 2004: «Il Santo Padre, il nostro Santo Padre è un mistico.
Solo a Coimbra lo seppi. [Appresi] che vedeva la Madonna. Avevo fatto una visita alla sopravvissuta
dei... [veggenti], suor Lucia. Poiché dicevano che il Papa non aveva osservato tutte le raccomandazioni
della Madonna di Fatima, chiesi: “Devo riferire qualcosa al Santo Padre?”. [Rispose]: “Non è
necessario, perché la Madonna gli parla direttamente”».
Emerge, dunque, un altro aspetto che accomuna lo Stigmatizzato del Gargano con Karol Wojtyla:
almeno due doni mistici. Anche Padre Pio, infatti, ha vissuto l’esperienza dell’orazione infusa. Ne
accenna una descrizione in due lettere: la prima, del primo novembre 1913, al suo direttore spirituale,
padre Benedetto da San Marco in Lamis: «La maniera ordinaria della mia orazione è questa. Non
appena mi pongo a pregare, subito sento che l’anima incomincia a raccogliersi in una pace e tranquillità
da non potersi esprimere colle parole. I sensi restano sospesi, adeccezione dell’udito, il quale
alcunevolte non viene sospeso, però ordinariamente questo senso non mi dà fastidio e debbo
confessare che anche se a me intorno si facesse del grandissimo rumore, non per questo riesce a
molestarmi menomamente»; la seconda, del 9 febbraio 1914, a padre Agostino: «L’anima in questo
stato è felice, perché sente di amare il suo caro Bene e nello stesso tempo sente ancora di esserne da lui
amata in un modo molto delicato. Quello che io valgo a dire di questo presente stato si è che la
sollecitudine dell’anima non tende ad altro se non a Dio solo, sente che tutto il suo essere è concentrato
e raccolto in Dio ed è tale questo concentramento e raccoglimento, che tutte le facoltà per fino nei moti
primi si portano naturalmente e quasi spontaneamente a Dio ed in lui si slanciano istintivamente. [...] In
questo stato le tre potenze dell’anima si precipitano in Dio come trascinate dal loro proprio peso;
insomma in questo stato i sensi, gli appetiti, i desideri, le affezioni, l’anima tutta gravita intorno a Dio
con una forza e prontezza meravigliosa, e quel che più stupisce, si è che tale suo moto l’anima istessa
non avverte». Sappiamo, poi, che Padre Pio iniziò a vedere i personaggi celesti, compresa la Vergine
Maria, e a dialogare con loro fin da bambino. Padre Agostino da San Marco in Lamis, suo confessore,
ha scritto, nel suo Diario, che «le apparizioni cominciarono al quinto anno di età, quando ebbe il
pensiero di consacrarsi per sempre al Signore e furono continue». Ma il piccolo Francesco Forgione
non era neppure sfiorato dal pensiero di vivere esperienze soprannaturali. Infatti, l’appunto di padre
Agostino continua così: «Interrogato come mai le avesse celate per tanto tempo (sino al 1915),
candidamente rispose che non le aveva manifestate, perché le credeva cose ordinarie che succedono a
tutte le anime; difatti un giorno mi disse ingenuamente: “E lei non la vede la Madonna?”. Ad una mia
risposta negativa soggiunse: “Lei lo dice per santa umiltà”». Pertanto anche per Giovanni Paolo II si
potrebbe formulare la stessa ipotesi espressa in relazione al legame fra Pio XII e Padre Pio: «Non è
escluso che fra i due ci sia stata anche un’intesa più alta, visto che entrambi hanno condiviso esperienze
mistiche». Un’ipotesi che potrebbe spiegare quanto attestò, riferendosi a «quel giorno del 1948», il
venerabile Pontefice il 5 aprile 2002: «Questo primo incontro con lui, vivente e ancora stigmatizzato, a
San Giovanni Rotondo, lo considero come il più importante e ringrazio, in modo particolare, la
Provvidenza per esso».
(Pubblicato su Voce di Padre Pio di gennaio 2010)

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