Stefano Campanella

Giornalista e scrittore

                               

Direttore Tele Radio Padre Pio 
e Padre Pio TV, San Giovanni Rotondo

Benedetto XV

«Grazie infinite siano rese al pietoso Gesù per aver terso le lagrime alla sua Chiesa e per
aver consolato la sua vedovanza inviandole il suo capo e che tutto andò a seconda il cuor di
Dio. Auguriamo a questo novello pontefice che sia veramente un degno successore di quel
gran papa quale fu Pio X». Con queste parole Padre Pio sembra assicurare che fu proprio
lo Spirito Santo a scegliere Giacomo Della Chiesa per guidare la Chiesa universale.
Giacomo nacque a Genova il 21 novembre 1854 da un’antica nobile famiglia, penultimo di
quattro fratelli. Suo padre era il marchese Giuseppe, discendente dei duchi di Spoleto. Sua
madre, la marchesa Giovanna Migliorati, apparteneva al casato che aveva già dato un Papa
alla Chiesa, Innocenzo VII. Dopo la licenza ginnasiale entrò, da esterno, al seminario
arcivescovile della sua città, ma solo per frequentare il liceo. Invece in seminario il giovane
sentì la chiamata al sacerdozio. Ne parlò a un prozio, padre Giacomo da Genova, frate
cappuccino. Il marchese Giuseppe, però, non era d’accordo. Chiamò il figlio e gli disse:
«Ne riparleremo quando avrai ultimato gli studi laici». Giacomo obbedì. Si iscrisse
all’università e si laureò in giurisprudenza. Subito dopo, ormai prossimo alla maggiore età,
il 16 novembre 1875 entrò nel Collegio Capranica di Roma, studiando teologia alla
Gregoriana.
Ordinato sacerdote il 21 dicembre 1878, si iscrisse all’Accademia dei Nobili ecclesiastici,
dove si laureò nel 1880. L’anno seguente fece la conoscenza che avrebbe segnato tutta la
sua vita. Incontrò mons. Mariano Rampolla del Tindaro, segretario della Congregazione
degli Affari Straordinari. Nel 1883 il nobile arcivescovo siciliano fu nominato da Papa
Leone XIII nunzio apostolico a Madrid e volle portare con sé don Giacomo come suo
segretario personale. I due sarebbero rientrati a Roma dopo appena quattro anni: Rampolla
per essere creato cardinale e per assumere il nuovo incarico di Segretario di Stato di Leone
XIII; Della Chiesa per iniziare a salire i gradini di una brillante carriera in Segreteria di
Stato, iniziata come minutante e terminata come sostituto. Per le sue doti di capacità e
impegno fu confermato nell’incarico anche dal nuovo Segretario di Stato, Raffaele Merry
del Val, scelto dal nuovo Papa, Pio X.
Nel 1907 fu nominato arcivescovo di Bologna. Volle consacrarlo personalmente Pio X, il
22 dicembre, nella Cappella Sistina. Lo stesso Pontefice gli impose la berretta cardinalizia il
25 maggio 1914, nel suo ultimo concistoro. Tre mesi dopo l’anziano pontefice veniva
stroncato da una broncopolmonite estiva.
Il Card. Della Chiesa partì per il Conclave senza nessuna prospettiva di essere eletto Papa.
Era stato insignito della porpora da troppo poco tempo. Invece la sera del 3 settembre i
cardinali elettori, riuniti nella Sistina mentre la guerra imperversava in mezza Europa,
evidentemente scelsero colui che, più di ogni altro, conosceva le strategie diplomatiche della
Santa Sede, essendo stato il più stretto collaboratore degli ultimi due Segretari di Stato.
Il nuovo Papa scelse il nome di Benedetto, in ricordo di Prospero Lambertini, che lo aveva
preceduto sia sulla cattedra di Bologna, sia su quella di Roma. Volle, inoltre, che la solenne
consacrazione pontificale avvenisse non nella grandiosa Basilica di San Pietro, bensì nella
Cappella Sistina, in segno di «grave lutto» per la Chiesa, «constatando che tanta parte
dell’Europa, devastata dal ferro e dal fuoco, rosseggia del sangue dei cristiani».
La necessità di perseguire «la fine dell’attuale disastrosissima guerra» fu l’argomento della
prima enciclica di Benedetto XV e l’obiettivo principale del suo pontificato. Ma gli appelli
alla pace del Vicario di Cristo restavano inascoltati. Il 24 maggio 1915 entrò nel conflitto
anche l’Italia. Furono inutili le mirate iniziative diplomatiche coordinate dalla Segreteria di
Stato. Ciò nonostante Benedetto XV non cessò di invocare la «cessazione di questa lotta
tremenda, la quale, ogni giorno più apparisce inutile strage» e di agire per ottenere questo
risultato, senza scoraggiarsi quando inviti e proposte generavano fraintendimenti e amarezze
e adoperandosi a favore delle persone e delle regioni più colpite, inviando e stimolando
soccorsi ai bimbi affamati, ai feriti e ai prigionieri.
L’ultimo tentativo fu un motu proprio del 9 maggio 1918 con il quale il Papa ordinava «che
il prossimo 29 giugno — festa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, che sono presidio e aiuto
del popolo cristiano — tutti i sacerdoti che sono obbligati a celebrare la Messa per il
popolo, la celebrino» per placare «Iddio, offeso per il dilagare di tanto peccato» e per
ottenere che «ponga fine a tanti flagelli e, ricomposte le vicende umane nella pace,
restituisca agli uomini il regno della giustizia e della carità». Padre Pio non attese la festa dei
Santi Apostoli Pietro e Paolo e già il 30 maggio, nella festa del Corpus Domini,
«all’offertorio della santa messa» si offrì «tutto intero al Signore per lo stesso fine che
aveva il Santo Padre nel raccomandare alla Chiesa intera l’offerta delle preghiere e
sacrifizi».
Ma la vita del Religioso di Pietrelcina e quella di Benedetto XVI si erano comunque già
incrociate, anche se a distanza, nel febbraio 1915, quando fu concesso al Frate il richiesto
«permesso di stare fuori dal convento per curare la sua salute», pur continuando a indossare
l’abito di san Francesco.
Certamente il Papa conobbe il Cappuccino che viveva a San Giovanni Rotondo a partire dal
9 maggio 1919, quando la stampa nazionale cominciò ad occuparsi di lui, delle sue
stimmate e dei “suoi miracoli”. Fu su ordine del Sant’Uffizio che, nel luglio 1919, giunse il
prof. Amico Bignami, ordinario di Patologia Medica alla Regia Università di Roma, per
visitare il presunto mistico. Dalla relazione di Bignami scaturiva l’ipotesi «che le lesioni
descritte siano cominciate come prodotti patologici (necrosi cutanea multipla della cute) e
siano state forse incoscientemente e per un fenomeno di suggestione, completate nella loro
simmetria e mantenute artificialmente con un mezzo chimico, per esempio con la tintura di
iodio». Ciò nonostante il 29 settembre il Santo Padre impartì al Frate sotto osservazione la
speciale benedizione apostolica chiesta dal superiore del convento di San Giovanni
Rotondo, padre Paolino da Casacalenda.
Praticamente dall’inizio del Pontificato Benedetto ebbe come stretto collaboratore nei
tentativi di porre fine e riparo ai danni della guerra e nelle altre principali azioni del suo
ministero il card. Pietro Gasparri. Nonostante il nuovo, importante incarico Gasparri, «ricco
di senso realistico e di concretezza» riuscirà a portare a termine il lavoro avviato con Pio X,
consentendo a Papa Della Chiesa di promulgare, con la Bolla Providentissima Mater del 27
maggio 1917, il nuovo Codice di diritto canonico.
L’autorevolissimo porporato, quattro mesi dopo la visita del cattedratico romano al
Cappuccino stigmatizzato, si sbilanciò ancora di più inviando a San Giovanni Rotondo una
famiglia «amica» con un biglietto indirizzato al superiore del convento nel quale il card.
Gasparri chiedeva «a P. Pio che ogni giorno nella S. Messa preghi fervidamente il Signore
per il S. Padre e per me affinché ci illumini e ci sorregga nei tanti guai in cui ci troviamo».
Inoltre esprimeva il desiderio di ricevere «un oggetto qualsiasi personale del Padre» per una
sua «nipote cugina» che era «venuta a visitare il P. Pio».
Il grande lavoro diplomatico del Santo Padre e del suo Segretario di Stato ottennero un solo
risultato positivo un consistente aumento delle rappresentanze diplomatiche presso la Santa
Sede, passate da a 27.
Non ottennero il successo sperato, invece, gli sforzi per risolvere la cosiddetta “questione
romana”. Il card. Gasparri fece pervenire, tramite mons. Bonaventura Cerreti, una proposta
di conciliazione al presidente del Consiglio, Vittorio Emanuele Orlando. Il capo del
Governo la ritenne una buona base per aprire le trattative. Non fu dello stesso parere,
invece, il re Vittorio Emanuele III, secondo cui l’intesa avrebbe arrecato solo danno sia
all’Italia che al Vaticano. Nel frattempo don Luigi Sturzo «alla fine del 1918 andò dal
cardinal Gasparri, a richiedere al papa l’abolizione del non expedit allora in vigore».
Ufficialmente il divieto «fu tolto nel novembre 1919, dieci mesi dopo la formazione del
partito, ma il cardinal Gasparri l’aveva promesso a voce» in quel colloquio.
Nello stesso periodo la buona reputazione di Padre Pio rischiò di essere minata da due
attacchi. Il primo fu una relazione scritta il 19 aprile 1919 a mons. Carlo Perosi, assessore
del Sant’Uffizio, da padre Agostino Gemelli appena rientrato da San Giovanni Rotondo
dove gli era stato negato di vedere le stimmate del Cappuccino. Nel documento il fratemedico,
dopo aver descritto le stimmate delle mani, come se le avesse viste, nonostante la
precisazione in premessa di non aver compiuto «alcun esame dal punto di vista medico»,
attestava: «Al sottoscritto sembra che si tratti di un caso di suggestione inconsciamente
prodotto dal padre Benedetto in un soggetto malato come è il Padre Pio e che ha condotto a
quelle caratteristiche manifestazioni di psittacismo che sono proprie della struttura isterica».
Il secondo attacco fu la deposizione di due farmacisti di Foggia, il dottor Valentini-Vista e
sua cugina Maria De Vito, alla quale il Cappuccino aveva chiesto due sostanze caustiche:
l’acido fenico e la veratrina. Sospettando che potesse usarli per procurarsi le ormai famose
piaghe, esposero il loro dubbio al vescovo di Foggia, mons. Salvatore Bella, il quale fece
mettere ai due il loro racconto nero su bianco e lo inviò il 24 luglio 1920 al Sant’Uffizio.
Già subito dopo l’arrivo della relazione Gemelli, il 29 maggio 1920, fu mandato a San
Giovanni Rotondo un uomo di fiducia del Papa e del card. Gasparri, il già citato mons.
Cerreti, protagonista della delicata e infruttuosa mediazione col Governo italiano. Il prelato
venne con una «lettera del Santo Offizio». Il 12 luglio 1920 arrivò un altro collaboratore del
Segretario di Stato, il passionista padre Luigi Besi, che fu tra l’altro postulatore di Gemma
Galgani. Evidentemente entrambe le visite, pur non ufficiali, ebbero esito favorevole nei
confronti di Padre Pio, visto che il Papa in persona ammonì l’arcivescovo di Manfredonia,
mons. Pasquale Gagliardi, molto scettico nei confronti di Padre Pio, dicendogli: «È bene
l’andar cauti, ma è male mostrarsi tanto increduli».
A confermare il giudizio positivo del Pontefice fu mons. Fernando Damiani, vicario
generale della diocesi di Salto (Uruguay) che, dopo aver incontrato il Frate di Pietrelcina nel
suo convento l’11 aprile 1921, dal Gargano si recò a Roma, incontrò il Santo Padre e gli
raccontò quello che aveva visto a San Giovanni Rotondo. Il Papa gli rispose: «Veramente
Padre Pio è un uomo straordinario, di quelli che Dio manda di quando in quando sulla terra
per convertire gli uomini».
Nel frattempo il cardinale Raffaele Merry del Val, segretario del Sant’Uffizio, ritenendo
opportuno fare chiarezza sul caso, passò tutta la documentazione, pro e contro Padre Pio, a
padre Joseph Lemius, qualificatore del Sant’Uffizio, che consigliò di inviare a San
Giovanni Rotondo un frate cappuccino «come visitatore religioso», con il compito di
svolgere «un’accurata inchiesta». Invece per la delicata missione fu scelto mons. Raffaello
Carlo Rossi, vescovo di Volterra, che giunse a destinazione prevenuto nei confronti del
Cappuccino. Alla fine, però, attestò che «P. Pio è un buon religioso» e «che quello di
straordinario che avviene nella persona di P. Pio non si può dir come avvenga, ma non
avviene certamente né per intervento diabolico, né per inganno o frode».
Al resto del mondo Benedetto XV non pensò solo in termini diplomatici. Dedicò l’enciclica
Maximum illud del 30 novembre 1919 ai missionari, esortandoli a farsi guidare sempre
dalla carità e a formare un clero indigeno in grado di amministrarsi autonomamente. Con
due motu proprio, nel 1917, istituì la Sacra Congregazione per la Chiesa Orientale e
l’Istituto pontificio per gli studi orientali. E proprio dall’Oriente, un mese prima di essere
stroncato da una broncopolmonite, ebbe l’unica consolazione terrena: l’11 dicembre 1921,
in una pubblica piazza di Costantinopoli, fu inaugurata una statua a lui dedicata.
Ma forse è stato proprio Padre Pio a dargli l’ultima soddisfazione. La più bella. Una
soddisfazione spirituale. Il 24 dicembre 1921 l’avvocato Cesare Festa, concittadino del
Papa, fu da lui ricevuto in udienza. Gli raccontò la sua conversione avvenuta grazie al
Cappuccino stigmatizzato. E il Santo Padre, «con un sospiro di viva soddisfazione»,
commentò: «Oh sì, il padre Pio è veramente un uomo di Dio; qualcuno ne ha dubitato, ma
tu contribuirai a farlo conoscere!».
Il 22 gennaio 1922 il cuore che aveva palpitato per i drammi di tutta l’umanità cessò di
battere.
Pio DA PIETRELCINA, Epistolario I, San Giovanni Rotondo (FG), Edizioni Padre Pio da Pietrelcina,
1995, 494.
Al secolo Cosimo Migliorati, nato a Sulmona verso il 1336, arcivescovo di Ravenna, poi di Bologna. Fu
eletto papa il 17 ottobre 1404 e morì il 6 novembre 1406.
Benedetto XIV, nato a Bologna il 31 maggio 1675, eletto Papa il 17 agosto 1740, morto il 3 maggio
1758.
BENEDETTO XV, Ubi primum, esortazione apostolica dell’8 settembre 1914.
BENEDETTO XV, Dès le début, esortazione apostolica del 1° agosto 1917.
BENEDETTO XV, Quartus iam annus, motu proprio del 9 maggio 1918.
Padre Pio DA PIETRELCINA, Epistolario I, San Giovanni Rotondo (FG), Edizioni Padre Pio da
Pietrelcina, 1995, 1053s.
Cfr. Alessandro DA RIPABOTTONI, Biografia documentata in Beatificationis et canonizationis Servi Dei
Pii a Pietrelcina. Positio super virtutibus, vol. III/1, 158.
Nello stesso anno Padre Pio, per iniziativa dei suoi superiori, fu visitato da altri due medici: il dott.
Romanelli e il dott. Festa. Anche le loro relazioni, comunque, finirono al Sant’Uffizio.
Le stigmate di Padre Pio da Pietrelcina, a cura di padre Gerardo DI FLUMERI, San Giovanni Rotondo
(FG), Edizioni Padre Pio da Pietrelcina, 1995, 178.
Cfr. Padre Paolino DA CASACALENDA, Le mie memorie intorno a Padre Pio a cura di P. Gerardo Di
Flumeri, San Giovanni Rotondo (FG), Edizioni Padre Pio da Pietrelcina, 1978, 177s.
Beatificationis et Canonizationis Servi Dei Pii a Pietrelcina Positio super virtutibus Vol. I/1, p. 407.
La proposta, recapitata il 1° giugno 1919 a Parigi, prevedeva «il carattere di Stato indipendente e sovrano
per la Santa Sede, con un ampliamento territoriale che andava poco più di là di quello che poi venne
effettivamente riconosciuto» , nonché «l’opportunità che la Santa Sede entrasse a far parte della Lega delle
Nazioni, che ad essa avrebbe garantito il territorio» (G. DE ROSA, Benedetto XV, 613).
Letteralmente si traduce come «Non conviene». È un decreto 10 settembre 1874 della Sacra Penitenzieria,
vietava ai cattolici di partecipare alle elezioni e alla vita politica in genere.
Luigi STURZO, Nazionalismo e internazionalismo, Soveria Mannelli (CZ), Rubettino Editore, 2007, 98.
Ivi, nota 1.
Padre Gerardo DI FLUMERI, Il Beato Padre Pio da Pietrelcina, San Giovanni Rotondo (FG), Edizioni
Padre Pio da Pietrelcina, 2001, 422s.
Cfr. Saverio GAETA – Andrea TORNIELLI, Padre Pio L’ultimo sospetto, Casale Monferrato (AL),
Piemme, 2008, 51s. Cfr. anche Voto del P. Lemius, Qualificatore del S. O., allegati II e III.
Cfr. Beatificationis et Canonizationis,Vol. I/1, 408, nota 32.
Cfr. Beatificationis et Canonizationis,Vol. I/1, 409.
Ivi, 410.
Voto del P. Lemius, Qualificatore del S. O., 15.
Cfr. CASTELLI, Padre Pio sotto inchiesta, 148.
Ivi, 155.
Cfr. Alexandra VON TEUFFENBACH, I Papi del XX secolo, Roma, Edizioni ART, 2008, 66.
Dott. Giorgio FESTA, Misteri di scienza e luci di fede. Le stigmate del Padre Pio da Pietrelcina, Roma,
Stabilimento Tipo-Litografico Vittorio Ferri, ²1938, 203.

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